Le difficoltà nel nutrirsi in maniera salutare nella società dei fast-food

© paffy – Fotolia.com

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Decidere cosa mangiare è divenuto nel corso dell’ultimo secolo sempre più difficile. Le nostre scelte alimentari si sono allargate di molto. I trasporti moderni e l’economia globale hanno rimpinzato i nostri negozi con cibi da tutto il mondo. Abbiamo accesso a prodotti agricoli anche d’inverno e a pesce fresco nei territori senza sbocchi sul mare, sebbene potremmo domandarci quanto siano genuini i cibi, quanto sicuri i processi di coltivazione e lavorazione, e quanto carburante sia andato bruciato per portarli fino a noi. La scienza moderna e l’industria del fast-food hanno inoltre introdotto molti additivi in ciò che sembrano alimenti di base e ancora stiamo cercando di capire quali potrebero essere i possibili effetti sulla nostra salute.

Anche se le nostre possibilità si allargano, le guide a cui affidarci stanno mutando. In molti paesi la cultura alimentare che modellava le scelte, la preparazione e il consumo dei cibi sta scomparendo, soprattutto tra i giovani. Al suo posto si sta imponendo la cultura del cibo spazzatura, supportata da pubblicità e convenienza.

Il costo della convenienza

Quando si parla di fast-food si fa solitamente riferimento a grandi catene di ristoranti che vendono cibi standardizzati e profondamente lavorati. Sono relativamente economici e ci risparmiano la fatica di cucinare. Si basano inoltre su pane bianco, carni grasse e sapori artificiali, tutti prodotti molto poco salutari.

Il modello dei fast-food, però, si estende ben oltre questi ristoranti. Il nostro sistema agricolo si basa sulla crescita di cibo rapida ed economica, con il minimo di manodopera e spedendola oltre lunghe distanze. Negli Stati Uniti gli alimenti viaggiano in media per oltre 2000 chilometri prima di essere consumati. Ciò richiede enormi quantità di combustibile fossile e riduce le proprietà nutritive. Le uova deposte da galline libere non sono uguali a quelle delle galline allevate in gabbia e nutrite con grano e antibiotici.

Caveat Emptor

Alcuni commercianti che pubblicizzano cibi sani, freschi e sostenibili pretendono per questi prezzi molto elevati, e la promozione che ne fanno potrebbe essere fuorviante. Nel suo libro “The Omnivore’s Dilemma” (“il dilemma dell’onnivoro”), Michael Pollan descrive una visita in un negozio di cibi sani americano, il quale vendeva pollo organico allevato a terra. Quando l’autore ha visitato la fattoria in questione, ha scoperto che una grande quantità di galline erano tenute in piccoli spazi al coperto. C’era solo una porta aperta verso un piccolo cortile esterno, che tecnicamente classificava l’allevamento come “a terra”, ma la porta non veniva aperta finché le galline non si abituavano agli spazi interni e smettevano di esplorare i confini. Gli allevatori temevano che se le galline fossero effettivamente uscite si sarebbero potute ammalare.

Ritorno ai fondamentali

Sarebbe possibile uscire dai confini del sistema dei fast-food senza spendere troppi soldi, se fossimo pronti a dedicarvi tempo e attenzione. Possiamo imparare a cucinare dal niente, utilizzando quanti più ingredienti naturali possibile. Ho trovato i libri di cucina mennoniti “More with Less” (“di più con meno”) e “Extending the table” (“allargare la tavola”) particolarmente utili a questo riguardo. Possiamo comprare più prodotti dai coltivatori locali, visitare le loro fattorie e imparare come vengono realizzati i prodotti. Possiamo coltivare ciò che consumiamo in maggior misura. Barbara Kingsolver descrive le sfide e le soddisfazioni di tale procedimento nel suo libro “Animal, Vegetable, Miracle”. Un alimentazione così coinvolgente richiede tempo ed energie, ma può migliorare il nostro stato di salute, la nostra soddisfazione nel mangiare, e portarci a divenire da consumatori nervosi e inconsapevoli a collaboratori competenti della nostra alimentazione.