La difficoltà nel fare beneficenza in un mondo iperconnesso

© glopphy – Fotolia.com

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La maggior parte dei sistemi religiosi ed etici invitano le persone di cuore a condividere le proprie risorse con chi ne ha bisogno. Farlo bene – generosamente, con equità, in modo che sia di beneficio a chi lo riceve – non era facile neanche quando le persone si concentravano sul vicino più prossimo. In questa società connessa con tutto il mondo è ancora più complicato.

Siamo consapevoli di molti bisogni. Ogni giorno i notiziari veicolano le immagini di campi profughi, di persone che tentano di ricostruire sulle macerie di un disastro naturale, di malati sofferenti, di casi di estrema povertà. Le nostre cassette di posta cartacea e le nostre caselle di posta elettronica sono piene di richieste da parte di gruppi che promuovono ogni sorta di causa lodevole: attivisti per i diritti umani e la pace mondiali, difensori della natura, ecologisti, fondi per l’istruzione, tecnologie sostenibili, ricerche per trovare cura alle malattie…

Come si fa a decidere a quale richiesta dare risposta? Come facciamo ad essere certi che la nostra donazione faccia più bene che male?

Quando il nostro aiuto è nocivo

Il libro di Wayne Muller, Sabbath, include un capitolo intitolato “Doing Good Badly” (“fare del bene in modo sbagliato”). In esso si parla della compassionevole risposta alla carestia nella regione di Sahel, Africa Equatoriale, degli anni Novanta, quanto i pastori nomadi furono allontanati dalla propria terra dalle aziende industriali e le terre aride non erano sufficienti ad alimentare le mandrie. USAID ricevette enormi donazioni per il Sahel e le usò per scavare dei pozzi. Quando le riserve d’acqua crebbero, divenne noto che “la popolazione di bestiame esplose, li sovrannumero devastò i fragili territori e poi le mandrie iniziarono a morire in quantità senza precedenti. In conclusione, le nostre buone intenzioni portarono a una carestia terribile.”

Le nostre buone intenzioni potrebbero produrre conseguenze non volute se abbiamo a che fare con ambienti naturali e sociali sconosciuti. C’è un precario equilibrio tra il fornire aiuto immediato e il comprendere sufficientemente i luoghi e le comunità per poterle aiutare in modo sostanziale e continuo. Solo alcune organizzazioni umanitarie sono pronte a rispondere su come sono solite corrispondere a tale precario equilibrio.

Di chi fidarsi?

Non sempre possiamo dirci sicuri che le persone a cui indirizziamo le nostre donazioni ne faranno buon uso. Troppe sono le storie di frode a tale riguardo. Alcuni autentici imbroglioni affermano di raccogliere donazioni per opere di carità, ma in realtà tengono il denaro per sé stessi. Altre organizzazioni umanitarie, invece, spendono cifre spropositate per pagare salari troppo elevati ai dirigenti.

Alcune persone consultano i suggerimenti e le liste di organizzazioni fraudolente fornite dai propri governi, in modo da anticipare i tentativi di frode. Oppure consultano siti come charitynavigator.org e givewell.org, i quali passano in rassegna le organizzazioni di tutto il mondo per consigliare gli utenti. Altri preferiscono donare tempo e denaro collettivamente, impegnandosi come volontari per le cause sostenute: anche questa soluzione potrebbe offrire soddisfazione e una possibilità per comprendere i reali effetti delle proprie donazioni.

Dal momento che i bisogni nel mondo sono innumerevoli, probabilmente è buona cosa che le persone decidano di donare i propri soldi attraverso canali differenti. Nessuno può dare risposta a tutte le cause meritevoli presenti, ma insieme possiamo contribuire per fare la differenza.